Pubblicato il: 25-09-26
Il caso Malagò complica tutto

La nuova Italia di Roberto Mancini nasce in un momento particolarmente delicato per il calcio italiano. La Nazionale è chiamata a ricostruire la propria identità dopo anni caratterizzati da risultati altalenanti, delusioni internazionali e scelte tecniche spesso accompagnate da interrogativi.

A rendere ancora più complesso il quadro c'è la situazione ai vertici della FIGC, con il presidente Giovanni Malagò al centro di una vicenda che potrebbe avere conseguenze sulla stessa governance del calcio italiano.

Malagò è stato eletto presidente della FIGC il 22 giugno 2026, ma la sua elezione è oggi oggetto di approfondimenti legati soprattutto al requisito del tesseramento federale al momento della candidatura. La Procura FIGC ha proposto l'archiviazione dell'indagine, sostenendo la piena candidabilità di Malagò sulla base di una particolare interpretazione dello Statuto federale. Il CONI, però, ha ritenuto necessario un ulteriore approfondimento giuridico.

Il risultato è una situazione paradossale: mentre la Nazionale italiana prova a ripartire sul campo, fuori dal campo la federazione deve ancora affrontare un'incertezza istituzionale che potrebbe condizionare il futuro del progetto.

La nuova Italia di Mancini: una rifondazione piena di interrogativi

Il ritorno di Roberto Mancini sulla panchina della Nazionale rappresenta una delle decisioni più significative del nuovo corso. Il tecnico conosce già l'ambiente azzurro e soprattutto conosce il significato di guidare una squadra nazionale che deve necessariamente tornare competitiva. Il precedente ciclo aveva portato all'Europeo del 2021, ma anche a una serie di difficoltà culminate con la mancata qualificazione al Mondiale.

Adesso Mancini è chiamato a costruire una nuova Italia. E proprio le prime convocazioni rappresentano uno dei punti sui quali si concentra maggiormente il dibattito. Il commissario tecnico ha scelto di ampliare il gruppo e di dare spazio anche a diversi giocatori alla prima convocazione, avviando un ricambio generazionale.

La domanda, tuttavia, è inevitabile: questa è realmente una rifondazione oppure soltanto l'ennesimo tentativo di correggere una situazione diventata complicata?

Il problema non riguarda necessariamente il singolo giocatore convocato o escluso. Riguarda la costruzione complessiva della squadra. Una Nazionale competitiva deve avere un'identità precisa, una gerarchia riconoscibile e soprattutto un progetto che non cambi completamente direzione dopo ogni risultato negativo.

Il caso Malagò e l'incertezza sulla presidenza FIGC

Se sul terreno di gioco Mancini deve pensare alla nuova Italia, nei palazzi dello sport italiano il protagonista è Giovanni Malagò. L'ex presidente del CONI è stato eletto alla guida della FIGC il 22 giugno, raccogliendo l'eredità di Gabriele Gravina. La sua candidatura era stata sostenuta dalla Serie A e aveva rappresentato uno dei punti centrali della nuova fase del calcio italiano.

A distanza di pochi mesi, però, la sua posizione è diventata oggetto di una controversia. Il nodo riguarda il tesseramento FIGC di Malagò al momento della candidatura. La Procura federale ha riconosciuto che Malagò non era tesserato, ma ha comunque proposto l'archiviazione del procedimento ritenendo che la normativa potesse essere interpretata nel senso della piena candidabilità.

Il CONI ha però deciso di approfondire la questione. Dopo la Giunta del 15 settembre, il presidente del CONI Luciano Buonfiglio ha annunciato ulteriori verifiche giuridiche. Tra gli scenari discussi pubblicamente c'è anche quello, più drastico, del commissariamento della FIGC. È importante sottolineare che non si tratta di una decadenza già avvenuta: al momento il futuro della presidenza Malagò resta legato all'esito degli approfondimenti e alle successive decisioni degli organi competenti. Ma il semplice fatto che questo scenario sia sul tavolo introduce un elemento di forte incertezza.


Malagò rischia di lasciare la FIGC: cosa potrebbe succedere alla Nazionale?

La domanda interessa direttamente anche la Nazionale. Se la governance della FIGC dovesse cambiare, il nuovo assetto potrebbe decidere di confermare integralmente le scelte dell'attuale gestione oppure intervenire anche sull'area tecnica. Ed è qui che il nome di Mancini torna inevitabilmente al centro della discussione.

Il commissario tecnico è stato scelto all'interno di un progetto federale preciso. Se quel progetto dovesse essere messo in discussione, anche la posizione dell'allenatore potrebbe diventare oggetto di valutazione. Questo non significa che un eventuale commissariamento comporterebbe automaticamente l'esonero di Mancini. Significa, più semplicemente, che una modifica della governance potrebbe riaprire discussioni e valutazioni sul progetto tecnico.

Il calcio italiano si ritroverebbe così davanti a un paradosso: mentre la Nazionale dovrebbe concentrarsi esclusivamente sulla costruzione della squadra, il vertice federale è alle prese con una vicenda istituzionale ancora irrisolta.

La nostalgia della grande Italia degli anni Novanta

In mezzo a tutto questo, il tifoso italiano continua a guardare indietro. È impossibile parlare della Nazionale italiana senza pensare agli anni Novanta. Erano gli anni di Roberto Baggio e Paolo Maldini, di Franco Baresi e Alessandro Del Piero, di Gianfranco Zola e Roberto Donadoni. Erano gli anni nei quali la Serie A rappresentava uno dei centri principali del calcio mondiale e i grandi campioni giocavano ogni settimana nei nostri stadi.

Italia '90, USA '94 e Francia '98 rappresentano ancora oggi tre capitoli indelebili della storia azzurra. Non furono tre Mondiali perfetti. Anzi, furono anche anni di grandi delusioni. Ma esisteva una differenza sostanziale: l'Italia sembrava sempre avere la possibilità di arrivare fino in fondo. Il tifoso poteva discutere sulle convocazioni, criticare il commissario tecnico o contestare una formazione, ma difficilmente partiva battuto. Oggi quella sensazione sembra essersi affievolita.

Il vero dubbio: vedere ancora una Nazionale mediocre

Ed è proprio questa la paura che accompagna la nuova Italia. Non si tratta di pretendere che il calcio italiano torni automaticamente a essere quello degli anni Novanta. Quel mondo non esiste più e sarebbe inutile vivere soltanto di nostalgia.

Il problema è un altro. Il timore è quello di assistere ancora una volta a una Nazionale mediocre, incapace di compiere il salto di qualità quando arriva il momento decisivo. Una squadra capace magari di vincere contro avversari inferiori, ma che continua a soffrire contro le grandi nazionali europee. Una squadra senza una vera identità, nella quale ogni convocazione diventa una discussione e ogni competizione internazionale un'incognita. È questo lo scenario che il nuovo corso dovrebbe cercare di evitare.

Mancini dovrà dimostrare che il suo ritorno non rappresenta soltanto un viaggio nostalgico verso il passato, ma l'inizio di un progetto nuovo. Malagò, dal canto suo, dovrà affrontare una situazione istituzionale delicata e dimostrare che la nuova FIGC può garantire stabilità e continuità.

Giovani, convocazioni e identità: quale sarà la nuova Italia?

Le prime scelte di Mancini indicano la volontà di ampliare il gruppo e di concedere spazio a giocatori nuovi. È una strada possibile, ma il ricambio generazionale da solo non basta.

La nuova Italia di calcio maschile dovrà trovare una sintesi tra giovani ed esperti. Serviranno giocatori capaci di assumersi responsabilità, un sistema di gioco riconoscibile e soprattutto una programmazione che vada oltre la prossima partita. La Nazionale non può essere costruita soltanto in occasione delle convocazioni. Deve essere il risultato di un lavoro più ampio che coinvolga la FIGC, i settori giovanili, i club e l'intero movimento calcistico italiano.

Il futuro della Nazionale italiana passa anche dalla FIGC

La situazione di Malagò rende ancora più importante questo passaggio. Se la questione della presidenza dovesse essere risolta senza cambiamenti, il nuovo vertice federale dovrà comunque dimostrare di poter dare stabilità al progetto.

Se invece gli approfondimenti dovessero portare a conseguenze sulla presidenza, il calcio italiano potrebbe essere chiamato a gestire una nuova fase di transizione. Al momento, però, non è possibile stabilire quale sarà l'esito della vicenda. Ed è proprio questa incertezza a rendere ancora più importante ciò che accadrà sul campo.

Perché il tifoso italiano è stanco di aspettare. Non pretende necessariamente di rivedere Baggio, Maldini, Baresi o Del Piero. Non pretende di tornare automaticamente ai Mondiali degli anni Novanta. Vorrebbe semplicemente tornare a guardare la Nazionale italiana con la sensazione che possa competere. La nuova Italia di Mancini ha davanti una strada lunga e complicata. La FIGC di Malagò deve affrontare una delicata partita istituzionale. E sullo sfondo rimane la nostalgia di un calcio italiano che sembrava capace di produrre campioni, personalità e squadre riconoscibili.

Il dubbio, oggi, è tutto qui. Questa nuova Italia sarà davvero l'inizio di una rinascita oppure assisteremo ancora una volta a una Nazionale mediocre, costretta a vivere di ricordi e di speranze?

La risposta non arriverà nei comunicati della FIGC né nei dibattiti sulle convocazioni. Arriverà dal campo. E sarà il campo, come sempre, a stabilire se il calcio italiano è finalmente pronto a lasciarsi alle spalle la nostalgia degli anni Novanta e costruire una nuova storia azzurra.